The "BIT TAX": the case for further research*

Luc Soete and Karin Kamp
MERIT
University of Maastricht
PO Box 616
6200 MD Maastricht, The Netherlands
12 August, 1996


Traduzione in esclusiva per Telelavoro Web Italia di Sergio Minni

*Questa prima bozza viene distribuita per raccogliere commenti e reazioni. Finora il documento ha grandemente beneficiato delle molte discussioni tra amici e colleghi e delle molte risposte ricevute via Internet. Più di quanto sia normale in questi casi, è d'uopo sottolineare che la sola responsabilità per alcune delle "stupide, ma pericolose" (skippy@ird.ita) idee espresse in essa pertengono solamente al primo degli autori nominati.

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Introduzione

Il rapporto "Building the European Information Society for Us All" -- rapporto preliminare di un gruppo di esperti indipendenti istituito dalla Commissione Europea per fornire una consulenza sugli aspetti sociali e societari della società dell'informazione -- contiene una raccomandazione per la ricerca su "modi appropriati per mezzo dei quali i benefici della società dell'informazione (SI) possano essere distribuiti più equamente tra coloro che ne beneficiano e coloro che ne vengono svantaggiati. Questa ricerca dovrebbe concentrarsi su politiche realizzabili praticamente a livello europeo, che non mettano a repentaglio l'emergere della SI. Più specificatamente, il gruppo di esperti gradirebbe che la Commissione intraprenda ricerche per capire se una "bit tax" potesse essere uno strumento fattibile per raggiungere questi scopi redistributivi."

Nonostante la prudenza usata nella formulazione della raccomandazione, l'allusione all'idea di una "bit tax"

ha causato una reazione considerevole nella stampa, tra i politici e tra gli utenti individuali di Internet.

Queste reazioni variano da un'immediata adesione, fino a proposte di attuazione pratica, all'incredulità e al disgusto. Come presidente del cosiddetto Gruppo di Esperti ad Alto Livello (High Level Expert Group)

e persona più motivata all'inclusione di questa raccomandazione nel rapporto, sono particolarmente desideroso di elaborare ulteriormente l'idea della "bit tax" in seguito alle reazioni politiche e della stampa riguardanti ciò che alcuni hanno definito un nuovo "mostro fiscale di Loch Ness".

Può non essere sorprendente il fatto che nel contesto attuale di mercato libero e globale sia probabile che qualsiasi accenno ad una nuova tassa venga accolto con scetticismo e velocemente rifiutato. Il fatto che una tassa sulle trasmissioni sia il primo risultato del lavoro di un gruppo di esperti sulla Società dell'Informazione crea comprensibilmente una certa incredulità, specialmente tra coloro che hanno riposto le loro speranze verso una rinnovata espansione della crescita economica in Europa e nel mondo sull'ondata delle nuove tecnologie dell'informazione e della comunicazione. Più sorprendente, nel caso della proposta della "bit tax", è il fatto che la semplice raccomandazione di esplorare la fattibilità di una nuova tale tassa sia stata fin dal principio rifiutata da alcuni per paura che "essa potrebbe dare un segnale sbagliato" agli investitori potenziali. Meno sorprendenti sono le reazioni estremamente negative degli utenti Internet individuali. Tutte le risposte ricevute finora via e-mail ­varianti da "you schmuck" a "hands-off the Internet" -- esprimono il timore di un possibile tentativo dello Stato di tassare la comunicazione e la libertà di parola. Infine, anche da parte dei tecnici esperti la reazione è stata generalmente negativa: i "bits" sono o saranno una misura irrilevante dell'intensità della trasmissione; sono difficili se non impossibili da monitorare; l'"ampiezza di banda" è in effetti infinita, eccetera.

Prima di farci convincere da tutte queste (troppo?) veloci risposte e chiudere prematuramente la ricerca stessa sulla "bit tax", riassumeremo in queste pagine le principali ragioni a favore di questa tassa, e i motivi per cui, almeno secondo il nostro punto di vista, essa sia una parte essenziale delle sfide distributive dell'emergente SI. Facendolo, proporremo una visione altamente personalizzata degli scopi, della natura e dei possibili usi di una "bit tax". Siano perciò avvertiti i lettori politici tradizionali: facendo eccezione per alcuni documenti di Cordell, non esiste virtualmente alcuna letteratura su questo tema. Questa è una "terra di ricerca di nessuno". Anche solo per questa ragione, la richiesta di ulteriori ricerche che viene da parte del gruppo di esperti della EC appare essere più che giustificata.

L'obiettivo: la "bit tax" come parte del cambiamento della base impositiva della società

La principale argomentazione economica a favore di una "bit tax" è abbastanza ovvia. Man mano che la nostra economia diviene sempre più caratterizzata dalla produzione, dalla distribuzione e dal consumo di beni intangibili a partire da una economia caratterizzata dalla produzione, dalla distribuzione e dal consumo di beni tangibili, diventa rilevante chiedersi se l'attuale base impositiva sia ancora adeguata. Storicamente, i beni da noi consumati erano fisici, e perciò la produzione, la distribuzione e il consumo di questi beni risultava facilmente tassabile. Gli input necessari per la produzione potevano essere facilmente misurati, il valore aggiunto generato dall'intero processo di produzione industriale e di distribuzione poteva essere facilmente determinato e il consumo finale facilmente localizzato. Oggi, man mano che le attività economiche divengono crescentemente concentrate in transazioni immateriali di informazione, una grande parte di queste concatenazioni di valore diventa invisibile; così invisibile che una sostanziale parte di esse evapora, incorporata in beni o servizi materiali, occultata infine in un accresciuto surplus non misurato, ma evidente, del consumatore.

Questi guadagni invisibili sono, come è stato approfonditamente argomentato nel recente "Rapporto sulla Tecnologia, la Produttività e la Creazione di Lavoro dell'OECD", alla base del cosiddetto paradosso Solow -- il fatto che nelle statistiche ufficiali sembriamo non notare i benefici delle nuove tecnologie di informazione e comunicazione. Questi guadagni sono anche, come crescentemente accettato negli USA, alla base della significativa "sovraestimazione" dell'inflazione nelle cifre ufficiali del Consumer Price Index, ragione per cui il crescente surplus del consumatore associato a nuovi e migliori beni e servizi è stato sistematicamente ignorato. Perciò esiste, secondo Cordell, come minimo il sospetto che parte dei guadagni della produttività e del consumatore derivanti dalle nuove tecnologie dell'informazione e della comunicazione siano scomparsi nelle reti di produzione e distribuzione e non si siano tradotti in prezzi più bassi oppure in profitti o salari più alti.

Al tempo stesso, beni tradizionalmente distribuiti fisicamente stanno diventando crescentemente disponibili attraverso i networks. La tassazione della distribuzione di questi beni, che ha tradizionalmente costituito una delle basi essenziali delle entrate nazionali, statali e persino locali, sta subendo di conseguenza un rapido processo di erosione. E' stato stimato che negli USA l'uso di Internet da parte di consumatori individuali che usano la Rete per accedere a compagnie di vendita per corrispondenza, esentate dalle tasse di vendita, ha prodotto una riduzione delle entrate statali provenienti dalle tasse di vendita di oltre 3 bilioni di dollari nel 1995.

Più generalmente, si può osservare che il semplice fatto di non aggiustare la base impositiva di una nazione implica automaticamente una non-neutralità dei differenti sistemi di distribuzione e comunicazione; i sistemi di comunicazione più moderni evitando, accidentalmente o deliberatamente, il sistema prevalente di imposizione fiscale. La differenza tra il sistema di tassazione delle vendite americano e il sistema europeo (VAT) è esemplificativa a questo riguardo. Negli USA, è più o meno per un caso - l'esenzione delle compagnie di vendita per corrispondenza dal sistema di tassazione locale - che la distribuzione elettronica stia erodendo la tassazione locale; in Europa è il prelievo della VAT (Value Added Tax, l'IVA italiana, n.d.t.) sui servizi (banking, assicurazioni, telefonia, ecc.) a venire eluso a causa delle possibilità di accesso globale e di delocalizzazione dei fornitori di questo tipo di servizi per mezzo di Internet. Allo stesso tempo, i fornitori di beni e servizi che usano mezzi tradizionali divengono meno competitivi dato che essi devono pagare le tasse sui loro beni e servizi visibili e facilmente rintracciabili. Mandate una lettera per posta o tramite un corriere e le tasse saranno pagate sul francobollo o sul documento di spedizione; fate una chiamata telefonica e, almeno in Europa, verrà applicata la VAT sulla bolletta telefonica; ordinate il rapporto del gruppo di esperti su "Building the European Information Society for Us All" dall'Unione Europea e pagherete la VAT sui costi postali. Per via elettronica, tuttavia, la tassazione su tutte queste transazioni è praticamente nulla (con l'eccezione della VAT sul costo del paio di secondi di dial-up e i costi della telefonata locale). Inoltre, dato che c'è un'inferiore distribuzione fisica di questi beni, verranno incamerate meno entrate provenienti da tasse di vendita o VAT.

Più in generale si può dire che per come sono attualmente configurati i metodi di prelievo fiscale sulla distribuzione di beni e servizi dei governi è probabile che le reti elettroniche porteranno sistematicamente ad un calo del livello di imposizione e di riscossione delle tasse.

E' perciò semplice la principale motivazione economica a favore di un passaggio della base impositiva dal tangibile verso l'intangibile. Come appena uno o due secoli fa le discussioni economiche erano dominate dalla "corn tax" riflettendo l'importanza del grano per l'economia nazionale, oggi il tema dominante dovrebbe essere come i governi possono aggiustare la loro base impositiva in linea con i cambiamenti della struttura economica verso una SI, e alla crescente importanza della trasmissione delle informazioni per la produzione economica ed il consumo. Spostare la base impositiva verso una tassazione basata sui bits o i bytes elettronici individuali appare da subito il più diretto e logico metodo di tassazione. Come afferma Cordell: "La nuova prosperità delle nazioni va cercata nei trilioni di bits di informazioni digitali pulsanti attraverso le reti globali. Essi sono la manifestazione fisica/elettrica delle molte transazioni, conversazioni, dei messaggi vocali e visuali e dei programmi che, presi nel loro complesso, registrano il processo della produzione, della distribuzione e del consumo nella nuova economia... il valore che viene aggiunto deriva dall'interattività. E' questo valore a fornire produttività ai networks". Da questa prospettiva è illuminante l'analogia tra le tasse sulle autostrade e quelle sulle "autostrade dell'informazione". Come nel caso dell'automobile vengono pagate imposte sul carburante o pedaggi sulle autostrade fisiche, sulle superautostrade dell'informazione il traffico digitale viene tassato per bit.

Sulla natura della "bit tax": dalla tassazione del valore aggiunto alla tassazione della trasmissione

Come già menzionato, la principale imposta applicata su produzione e consumi nei paesi dell'UE è la VAT. Essa fornisce agli Stati membri individuali una base impositiva crescentemente armonizzata, permettendo la tassazione dei beni e servizi nei loro vari punti di produzione e di creazione di valore aggiunto. Un sistema basato sulla VAT è ideale nel caso di produzione di beni e servizi materiali. I contributi di valore aggiunto da parte dei singoli intermediari sono quantificabili in modo relativamente facile, consistendo il valore del bene/servizio finale in modo relativamente diretto dell'amalgamazione di questi vari inputs.

Nel caso dei servizi di comunicazione ed informazione è molto difficile parlare in maniera sensata o realistica di una tassa sul valore aggiunto. Tassare il valore aggiunto di una conversazione telefonica applicando una certa aliquota di imposta sul costo di una chiamata ha poco significato in sé. Il costo della comunicazione non avrebbe nessuna relazione con il possibile valore della stessa ma sarebbe piuttosto una funzione della distanza (locale/lunga distanza) e del tempo di durata (secondi/minuti) della comunicazione.

Noi proponiamo che la "bit tax" si inserisca nella prospettiva più ampia di sostituire i sistemi di tassazione basati sulla VAT su beni e servizi immateriali con un sistema impositivo basato sulla trasmissione, ovvero un sistema nel quale l'imposta sia applicata proporzionalmente all'"intensità" della trasmissione delle informazioni o della comunicazione. Al fine di fornire una indicazione di questa intensità di trasmissione Il numero di bits o bytes è considerato come un'unità più rappresentativa del tempo o della distanza. Solo nel caso di sistemi che usino un numero costante di bits per secondo, come in una conversazione telefonica, si avrebbe una relazione diretta tra tempo di durata ed intensità di trasmissione.

In altre parole, una "bit tax" non sarebbe collegata in nessuna maniera diretta all'effettivo "valore" di una comunicazione, mentre si concentrerebbe piuttosto sulla trasmissione di informazione. Da questo punto di vista è il numero di bits a "contare", siano essi trasmessi ad un tasso costante nel tempo come in una comunicazione telefonica o siano essi trasmessi a pacchetti sulla larga banda come in Internet. All'atto pratico, la proposta di una "bit tax" implicherebbe l'adozione di dispositivi di misurazione dei bit a tutti i dispositivi di comunicazione (simili ai contatori elettrici), permettendo così ai consumatori e agli utenti il monitoraggio del volume dei bit trasmessi, sia via linea che via satellite. Non ci sarebbe differenza tra l'accesso di un utente a un messaggio di posta elettronica proveniente da un amico o una massiccia transazione finanziaria. L'ammontare pagato sarebbe basato solo sul numero di bits trasmessi.

Questo ammontare verrebbe mantenuto molto basso: Cordell ha proposto una tassa di 0.000001 centesimi/bit (1 centesimo a megabit), e nessuno conosce realmente quale sarebbe il suo effetto in termini di entrate governative totali o di costi per le compagnie o per gli utenti individuali. In un recente intervento ad una conferenza sul telelavoro, il Ministro belga delle Telecomunicazioni Di Rupo ha fatto riferimento ad una cifra di 1018 bits trasmessi da e verso il Belgio. Al tasso proposto da Cordell, ciò implicherebbe un sostanziale aumento delle entrate fiscali governative: circa 10b$, o circa il 4% del PIL del Belgio. Ad una recente conferenza, Lewis Platt, CEO e Presidente della Hewlett-Packard, ha reso noto che HP usa correntemente la sua dorsale Intranet principale ad un tasso di circa 5 Terabyte al mese (ovvero 480 TB all'anno). Assumendo per un momento che questo traffico interno di bits possa essere monitorato, ciò implicherebbe una "bit tax" totale pari a circa 4.8 milioni di dollari sulle entrate totali mondiali di HP di circa 32 bilioni di dollari nel 1995, con circa 5 b$ di profitti. In altre parole, una tassa di meno dello 0.1% dell'ammontare dei profitti. E' più difficile calcolare a quanto ammonterebbe questa tassa per gli utenti individuali, anche se la navigazione o il trasferimento di particolari set di informazione possono facilmente essere calcolati. Molti utenti di Internet sarebbero felici di sapere, per esempio, che il costo in termini di "bit tax" dello scaricamento dell'ultima foto di Pamela Andersen in costume da bagno sarebbe inferiore a mezzo centesimo.

Tuttavia un metodo più pragmatico e più in linea con l'idea della sostituzione con la "bit tax" di tutte le VAT sui servizi di informazione e comunicazione potrebbe implicare l'identificazione di un'aliquota fiscale per bit più o meno equivalente al costo della VAT totale della bolletta telefonica media di un utente. In questa maniera si eviterebbero alcune delle (molto esagerate) reazioni negative sul possibile impatto negativo della "bit tax" sul futuro sviluppo dei "call centre" e di altre nuove attività basate sui servizi di informazione popolari in molti dei piani europei di sviluppo regionale, considerati come la principale nuova fonte di occupazione del futuro.

Ma discutere di questi come anche di altri aspetti pratici del problema a questo stadio significa creare dei castelli in aria. Noi non abbiamo affrontato, "faute d'expertise", i problemi tecnici coinvolti. Ovviamente è molto facile scartare l'intera idea di una "bit tax" sulla base di motivazioni tecniche, quali, ad esempio, che i bits non possono essere monitorati, come nel caso delle comunicazioni via satellite. Tuttavia, la motivazione per l'uso dei bits risiede nel fatto che essi sono una unità di misura elettronica pronta all'uso che riflette la trasmissione di dati o informazioni. Ovviamente, potrebbero essere o potrebbero diventare disponibili unità di misure elettroniche più appropriate del "bit" come unità di tassazione. Il punto è che c'è certamente una misura che darebbe una qualche indicazione dell'intensità di trasmissione anche usando le comunicazioni satellitari e il monitoraggio della quale sarebbe relativamente semplice. Questa misura potrebbe non essere attualmente evidente, ma, come già detto, la proposta di "bit tax" implica la progettazione di nuovi strumenti di misura per registrare e tracciare l'intensità di trasmissione. Siamo d'accordo con coloro che si chiedono se le entrate della "bit tax" sarebbero o no sufficienti a coprire questi costi di addebito: è precisamente questo l'oggetto della ricerca proposta. La letteratura su metodi nuovi ed alternativi di fissare i prezzi dei servizi di comunicazione ed informazione potrebbe essere rilevante in questo campo. In un certo senso l'intera nozione di tassazione alternativa dei servizi di informazione è parte della discussione molto più ampia su come dovrebbe essere valutata l'informazione nelle nostre società, e in particolare il possibile passaggio a tariffe basate sull'uso.

Invece di affrontare i problemi di fattibilità tecnica, la ricerca proposta sulla "bit tax" dovrebbe identificare una "aliquota ottimale", i costi per l'utente individuale medio, per piccole e grandi compagnie e l'ammontare totale delle entrate fiscali addizionali governative. Solo dopo questo passo sarà possibile una discussione reale sulla possibilità che la "bit tax" abbia, e in quale misura, effetti negativi sulla competitività, l'occupazione futura, l'inflazione, la delocalizzazione, il futuro di Internet o anche la libertà di espressione. Dichiarare su basi aprioristiche che così sarà è pazzesco. Tentare di precludere anche la possibilità di investigare queste tematiche è anche più pazzesco e va contro le sfide creative che la società dell'informazione pone a tutti noi.

Dei possibili benefici addizionali della "bit tax": ridurre la congestione e l'inquinamento dell'informazione

Confrontata ad altre tasse, come la tassa ecologica sulla CO2 o la proposta Tobin di tassa sulle speculazioni, la tassazione della trasmissione delle informazioni non implicherebbe, almeno in prima analisi, la monetizzazione di alcun effetto negativo, ma piuttosto il contrario. E' probabile che la sostituzione del trasporto fisico delle persone o dei beni con la trasmissione elettronica delle informazioni (come nel caso del telelavoro e almeno parzialmente nel caso del teleshopping) possa ridurre sostanzialmente le conseguenze negative per l'ambiente e per la congestione del trasporto economico e della crescita drammatica della mobilità tipica del modello di sviluppo industriale tipico della società postbellica. Perciò, almeno a prima vista, la proposta di una "bit tax" non è giustificabile in termini di conseguenze negative.

Tuttavia, una "bit tax" ridurrebbe una conseguenza negativa delle tecnologie delle reti con costi marginali bassi o nulli: la rapida crescita della congestione e della quantità di "spazzatura" e di informazioni irrilevanti trasmesse. La congestione è divenuta sempre più grave mano a mano che gli utenti accedono ad immagini a colori, files sonori, video - tutte applicazioni a grande ampiezza di banda. La crescita del numero di utenti (nel 1995 Internet è raddoppiata, come ha fatto ogni anno dal 1988) aumenta i problemi di congestione. Sebbene miglioramenti tecnologici possano aiutare a dare una soluzione al problema, la congestione verrà aumentata anche dai nuovi utenti combinati con l'accresciuto uso di applicazioni multimediali "pesanti". Per questa ragione, sia tra gli utenti che tra gli esperti di Internet c'è un accordo generale sul fatto che la congestione sarà un problema sempre più serio.

Per affrontare il problema della congestione, alcuni analisti hanno proposto di istituire schemi di tariffazione basati sull'utilizzo. La ragione alla base della tariffazione basata sull'utilizzo parte dall'assunzione che anche se l'ampiezza di banda cresce continuamente Internet è una risorsa scarsa ed è improbabile che possa "reggere" la crescita della domanda. Come detto da Mackie-Mason: "la congestione di Internet sta già ostacolando coloro che tentano di usare applicazioni durante le ore di picco del traffico. Il problema diventa particolarmente acuto quando accadono eventi speciali. Dopo che la cometa Shoemaker-Levy colpì Giove, ad esempio, e la gente scaricò le drammatiche immagini dei telescopi, grandi porzioni di Internet furono rallentate. In queste situazioni, trasmissioni urgenti come la videoconferenza tra un medico e un radiologo potenzialmente in grado di salvare una vita potrebbero essere mese in coda a un video casalingo che qualcuno ha messo in Internet solo per divertimento. In effetti, la Rete può essere dominata da gente con un sacco di tempo da spendere, e non c'è nessun modo di comprarsi un posto in cima alla coda". Più in generale, c'è un certo accordo tra gli analisti sulla necessità di qualche tipo di disincentivo per diminuire il consumo di Internet.

Il problema economico principale è che non c'è nessun incentivo ad economizzare le informazioni dato che la differenza di costo tra mandare 1 byte al secondo o 1 milione di bytes al secondo è minima, spesso vicina allo zero. ( ) Come sottolinea il Gruppo di Esperti: "per noi la differenza tra 'dati', 'informazioni' e 'conoscenza' e tra conoscenza 'tacita' e 'codificata' è di considerevole importanza. Dal nostro punto di vista, la generazione di dati non strutturati non porta automaticamente alla creazione di informazione, ne' tutta la informazione può essere assimilata alla conoscenza. Qualsiasi informazione deve essere classificata, analizzata e meditata o elaborata in altro modo per generare conoscenza. L'informazione, per noi, è comparabile ai materiali grezzi raffinati dalle industrie per ottenere prodotti utili. Uno dei principali effetti delle nuove ITC è stato una massiccia riduzione di costo e di velocità nell'accumulazione e trasmissione delle informazioni. Tuttavia, queste ITC non hanno un tale effetto sulla conoscenza, e ancor meno sulla saggezza. Uno dei principali problemi della IS è, perciò, sviluppare le capacità e la conoscenza tacita per fare un uso efficace di queste vaste risorse. Senza questa tacita conoscenza, navigare nei mari tempestosi dell'informazione in linea, con la sua disinformazione, la sua povertà qualitativa, la sua inaffidabilità e le sue promozioni pubblicitarie può indurre la nausea."

Certamente alla base della rapidissima crescita di Internet, della comunicazione mobile e di altre dorme di comunicazione elettronica sono state la facilità e l'economicità di accesso alle informazioni. Non c'è dubbio che contemporaneamente siano cresciuti i costi collegati al reperimento delle informazioni rilevanti. E' il ben conosciuto paradosso dell'informazione: come l'informazione diviene più economica e più informazione diviene disponibile, così cresce il costo per selezionare le informazioni rilevanti ed elaborarle. Per esempio, ai "vecchi tempi" la gente usava sedersi, scrivere una lettera, metterla in una busta e spedirla. Questo sistema di comunicazione lento faceva sì che ci si pensasse due volte prima di spedire qualcosa, spesso riflettendoci sopra e valutando il valore di ciò che si stava per spedire. Alcune persone più anziane preferiscono comunicare molto di più per lettera che per telefono. Il fatto che la comunicazione postale abbia continuato ed ancora continui ad esistere insieme a quella telefonica mostra in una certa misura la complementarità piuttosto che la sostitutività di molte caratteristiche delle forme di comunicazione vocale e scritta. Oggi, grazie alla facilità di inviare messaggi a molte persone allo stesso tempo, c'è poco tempo per la riflessione, se non punto. La reazione spontanea, immediata è divenuta la norma nella comunicazione via e-mail; velocità e volume alle spese del contenuto e della riflessione. Queste nuove caratteristiche della comunicazione elettronica sono chiaramente vantaggiose: sono più ecologiche (non è richiesta carta), sono efficienti "numericamente" (non è necessario riscrivere tante volte i propri messaggi) e veloci (diversamente dai messaggi postali, possono essere mandati e ricevuti quasi immediatamente). Tuttavia, vi sono aspetti negativi associati al sovraffollamento e al tempo perso per identificare ed isolare possibili informazioni importanti, che potremmo definire un problema di "inquinamento informativo". Una "bit tax" potrebbe aiutare, in qualche misura, a ridurre questo "inquinamento".

In termini economici l'uso della monetizzazione dei costi marginali di beni comuni di rete come i servizi Internet può portare a quella che è stata chiamata una "tragedy of commons" - una situazione in cui una risorsa comune è sovrautilizzata causando danni insopportabili per la società nel suo complesso. Le teorie economiche ci insegnano che quando confrontati con una tale circostanza negativa, i prezzi dovrebbero superare il costo marginale di produzione per un ammontare uguale al costo marginale di congestione, riducendo l'uso della risorsa ai casi in cui il beneficio personale del consumatore sia più grande del costo sociale dell'uso. La "bit tax", per quanto minuta, forzerebbe in altre parole gli utenti a concentrare il loro uso di Internet alle attività con benefici maggiori di questi costi sociali marginali.

Un'altra area che potrebbe essere positivamente influenzata dalla "bit tax" è la produttività del lavoro. Già alcuni datori di lavoro lamentano il fatto che certi lavoratori spendono più tempo a fare il surf sulla rete, a mandare messaggi personali di e-mail o giocando piuttosto che a compiere il proprio lavoro. Sebbene vi sia una componente di apprendimento in queste attività aggiuntive, c'è anche un costo significativo. Con tutte queste opzioni stuzzicanti a portata di mano non è stupefacente che la gente venga distratta dal proprio lavoro. Nel passato le compagnie hanno avuto simili problemi con l'uso del telefono, dove i dipendenti non sapevano resistere al telefono e spendevano lunghi periodi di tempo parlando agli amici o accedendo a linee di terze parti. Molte compagnie hanno risolto questi problemi dettagliando le bollette telefoniche per ogni linea telefonica interna all'organizzazione, facendo pagare ai dipendenti le chiamate personali, bloccando l'accesso alle linee da terze parti e bloccando l'accesso alle linee internazionali. Tutte queste iniziative hanno reso i dipendenti più avveduti nel loro uso del telefono. Ciò, combinato alla consapevolezza di essere monitorati, ha abbassato il desideri di abusare dei propri privilegi. Una "bit tax", nella misura in cui introdurrebbe un elemento di "costo" nell'uso di Internet, potrebbe costituire un incentivo per una maggiore efficienza dell'uso della comunicazione elettronica sul lavoro. Ridurre i privilegi del networking non è chiaramente la risposta, dato che l'accesso alle reti aiuta gli impiegati a fare meglio il loro lavoro.

Verso la conclusione: sui possibili usi della "bit tax"

Naturalmente, ci sono molti suggerimenti su come spendere le entrate raccolte per mezzo della "bit tax". Il HLEG ha proposto il suo uso come strumento per finanziare il sistema di sicurezza sociale in Europa. Non discuteremo estensivamente qui questo argomento. Tuttavia, diremo che a prima vista questo sembra essere il passo più logico, date le implicazioni sulla distribuzione delle nuove tecnologie dell'informazione e della comunicazione e le sfide che l'emergere della SI sta ponendo alle politiche di coesione sociale, particolarmente nei Paesi europei con sistemi di welfare altamente sviluppati ma costosi. In via di principio l'uso delle entrate addizionali della "bit tax" per finanziare ad esempio i contributi al sistema di sicurezza sociale dei lavoratori in paesi coma Belgio, Olanda, Francia, Italia o Germania potrebbe portare ad una sostanziale riduzione del costo del lavoro, fornendo così se non altro nuovi incentivi per la creazione di posti di lavoro e un miglioramento della competitività.

L'impatto della "bit tax" su particolari gruppi nella società, settori o industrie, rimane una questione molto aperta e dipende, come già detto, dal volume delle entrate fiscali e dalle risposte degli individui e delle aziende all'imposizione di una "bit tax". Ovviamente, la proposta pratica di una politica dovrebbe, come già si evince dal rapporto del HLEG, essere accompagnata da misure che affrontino il problema dell'esclusione dalla SI e anche possibili esenzioni da una "bit tax".

Sotto il titolo di "Universal service obligation" il gruppo di esperti ha preso in considerazione questo problema raccomandando la necessità di "...investigare più in dettaglio se, per evitare esclusioni e preservare la coesione regionale, l'attuale nozione di "servizio universale" non debba essere portata nella direzione di una nozione di "servizio universale alla comunità", estendendo le clausole del servizio universale per incorporare un livello minimo di accesso ai nuovi servizi dell'informazione ma limitato nella sua obbligazione universale a istituzioni educative, culturali, mediche, sociali o economiche delle comunità locali. Un concetto di USP così conformato significherebbe in effetti un ritorno al concetto di "universalità" come introdotto negli USA nell'ultimo secolo con l'avvento del telegrafo. Esso garantirebbe accesso aperto al network e ai servizi di trasmissione e comprenderebbe, quando necessario, fondi pubblici per assistenza finanziaria e tecnica". Questo obbligo di servizio universale alla comunità implicherebbe praticamente per definizione varie possibilità di esenzione dalla "bit tax" (ospedali, istituzioni culturali, etc.), come è oggi comune per la VAT.

Una "bit tax" potrebbe essere utile anche a risolvere i problemi di diritto di proprietà intellettuale associati ai networks. Nell'era dell'informazione il problema è divenuto più importante a mano che è divenuto crescentemente difficile ricompensare gli individui e le organizzazioni per il loro lavoro. Per mezzo dei networks gli individui possono inviare copie perfette di lavori digitalizzati a chiunque o fare l'upload di una copia a un bullettin board o ad altri servizi dove migliaia di persone possono scaricarlo o stamparne delle copie. Questo tema è di ovvia importanza per il compenso ma anche per l'uso del network. Creativi, editori e distributori di "output" potrebbero divenire o sono divenuti diffidenti del network, a meno che non vengano sviluppati strumenti per ricompensarli del loro lavoro. Così, se non verranno risolti i problemi dei diritti di proprietà individuale i creativi, le professioni ed altri detentori di diritti di proprietà individuale potrebbero essere scoraggiati dalla vendita on-line riducendo così l'uso del network. Essi non vorrebbero mettere a rischio i loro investimenti. Dato che la "bit tax" richiederebbe una qualche "itemizzazione" del servizio, potrebbe essere sviluppata per aiutare a raccogliere i compensi per i diritti di proprietà individuale. Questa idea è simile a quella della piccola tassa che esiste in molti paesi sulla fotocopiatura, che rappresenta un pagamento comune per i copyrights.

Ma questo non è certo la sede per trattare i possibili usi di qualcosa di così speculativo e controverso come una "bit tax". Lo scopo di questo breve documento è mettere assieme alcune delle ragioni principali sul perchè ci sia, almeno a nostro avviso, un bisogno urgente di investigare la fattibilità di una nuova nozione di tassazione. La nostra speranza non era contraddire i molti "criticasters" ma piuttosto fare riflettere un po' più a lungo quegli utenti di Internet, esperti di comunicazioni o politicanti che hanno respinto l'idea in maniera immediata, spontanea, "cyber-like", su alcune delle argomentazioni qui presentate. Il volume e la velocità delle reazioni ricevute finora non è riuscito a convincerci del fatto che non ci sia una ragione forte per non analizzare la questione.



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c ECSC-EC-EAEC, Brussels-Luxembourg, 1995

Last modification: October 23, 1996


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© 1997 Patrizio Di Nicola, Roma, Italia

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