Tesi di Laurea di: Romeo Martocchia.
Relatore : Chiar.mo Prof. Aris Accornero.
Correlatore : Chiar.mo Prof. Domenico De Masi.
1. Introduzione.2. L'oggetto di studio.2.1. Una possibile definizione.2.2. I diversi approcci.2.3. Le dimensioni del fenomeno.2.4. La rilevanza politica del telelavoro.3. I caratteri specifici del telelavoro.3.1. I fattori.3.1.1. Fattori economico-funzionali.3.1.2. Fattori culturali e comportamentali.3.1.3. Fattori di contesto.3.2. Le condizioni di fattibilità.3.3. Limiti e rischi del telelavoro.3.3.1. La nuova geografia del mercato del lavoro.3.3.2. L'isolamento.3.3.3. Il controllo.4. I possibili ambiti di realizzazione delle applicazioni di telelavoro.4.1. La conoscenza del fenomeno.4.2. Quali possibili settori.4.3. Esperienze e linee di sviluppo in Italia.5. Dalla teoria alla pratica: i casi più significativi.5.1. Il caso Italtel.5.2. Il caso Ibm.6. L'impatto sociale del telelavoro.6.1. I vantaggi e svantaggi.6.1.1. L'impatto sulla collettività.6.1.2. L'impatto sull'azienda.6.1.3. L'impatto sul lavoratore.6.1.4. Prime notazioni sul rapporto tra vantaggi e svantaggi.6.2. I vincoli alla diffusione.6.3. Telelavoro e cambiamento organizzativo.7. Il telelavoro: perché non sta decollando in Italia?8. Considerazioni conclusive.9. Bibliografia.10. Appendice10.1. Allegato 1.10.2. Allegato 2.10.3. Allegato 3.
Il telelavoro: perché non sta decollando in Italia? La domanda può sembrare provocatoria soprattutto a coloro che si adoperano con serietà e passione allo studio e alla implementazione di questa modalità lavorativa. Questo tema, ormai dibattuto in moltissime sedi appropriate con quello spirito di chi vuole e desidera migliorare le condizioni di vita lavorativa e non, ha colpito, in un certo senso, l'immaginario collettivo per alcuni aspetti quali: la riduzione dell'inquinamento atmosferico, il miglior utilizzo degli spazi urbani, la possibilità di lavorare senza spostarsi dalla propria abitazione, liberarsi dalla schiavitù dei trasporti; quali motivi inducono a rallentare e ostacolare in larga misura la diffusione di questa modalità lavorativa?
Da parte loro, aziende e management hanno maturato da qualche tempo un crescente interesse verso il telelavoro, nella sensazione che le attuali strutture organizzative possano non risultare lo strumento più adeguato per sfruttare le opportunità offerte dalle tecnologie della informazione e della comunicazione.
Alcune imprese italiane, sulla scia di quanto operato in altri paesi avanzati, previo accordi sindacali, hanno già avviato progetti sperimentali di telelavoro manifestando un segno tangibile di apertura e disponibilità. Tentativi lodevoli, ma ancora molto limitati.
Una cosa è certa: il nostro paese, si trova anche in questo campo in una posizione arretrata rispetto ad altri paesi industrializzati; e ciò, vuoi per i ritardi nelle infrastrutture (per es. la rete cablata) e nelle tecnologie; vuoi per l'alto costo delle installazioni e delle tariffe di comunicazione. Perciò l'enfasi sul telelavoro da parte dei mass media, almeno per la situazione italiana, non sempre appare motivata. Tra l'altro, il telelavoro, nel suo complesso, contribuisce ancora in minima parte al prodotto interno lordo anche dove si è già avviato; secondo valutazioni dell'Unione Europea, si aggirerebbe intorno al 2 per cento, a fronte di quote percentuali notevolmente superiori in altri paesi europei.
Nonostante le analisi e gli approfondimenti svolti negli ultimi anni, il campo di incertezza e di indagine nel formulare una diagnosi obiettiva del parziale decollo del telelavoro è perciò molto ristretto.
Scopo, appunto, di questo studio è stato quello di fornire un contributo chiarificatore alle difficoltà ed ostacoli che stentano a far decollare, in larga misura, il telelavoro in Italia.
Questo è stato realizzato presentando inizialmente un'ampia disamina (in particolare negli USA ed in Europa) sullo stato dell'arte del fenomeno oggetto di studio e precisamente:
- attraverso la formulazione di una possibile definizione del termine telelavoro sulla base delle diverse tipologie applicative e di utilizzo;
- individuando e focalizzando quelle aree di applicazione di telelavoro che oggi sono tra le interpretazioni più diffuse come:
- esplorando i possibili settori dove poter realizzare delle applicazioni di telelavoro nonché le diverse figure professionali che possono essere direttamente implicate in questo processo di trasformazione del lavoro;
- riportando i casi più significativi di esperienze, tuttora in corso, condotte in Italia, da parte di alcune imprese come Italtel e la Ibm;
- evidenziando l'impatto sociale che questo nuovo modo di lavorare determina sulla collettività, sull'organizzazione aziendale, sui singoli lavoratori.
Oltre a questi aspetti di carattere generale, è stata condotta una indagine nei confronti di qualificati esponenti di imprese e organizzazioni di livello nazionale che hanno intrapreso il telelavoro in via sperimentale.
Ciò è stato ottenuto sottoponendo ai diretti interessati alcune domande specifiche al fine di approfondire;
Per quanto riguarda il primo punto emerge un'atteggiamento, nei confronti del telelavoro, potenzialmente positivo ed una apertura convinta ad affrontare, sia pure con le dovute cautele, le innovazioni del futuro. La sempre maggiore necessità di flessibilità da parte dell'impresa si unisce con la richiesta dei lavoratori di una migliore gestione del proprio tempo, per cui sembra inevitabile un loro accordo sull'utilizzo del telelavoro. Ovviamente, affinché ciò avvenga, andranno chiaramente ridefiniti i rapporti di scambio ora esistenti tra dipendenti (e loro rappresentanze) e datori di lavoro: ad esempio ridiscutendo le modalità di retribuzione, oggi basate sul tempo della prestazione, mentre potrebbe essere facilmente adottata una modalità mista, basata cioè sia sul tempo sia sul risultato conseguito nello svolgimento dell'attività.
Analogamente si motiva a chiare note di adottare forme di garanzia occupazionale per i telelavoratori, prerequisito necessario per fare accettare la nuova modalità lavorativa ai dipendenti, affinché il telelavoro non si trasformi in un lavoro precario a domicilio, eventualità che non pare vantaggiosa né per i lavoratori né per le imprese.
Ma c'è di più: le aziende intravedono sicuramente un chiaro sviluppo per le nuove professioni, quelle basate su una logica di destrutturazione dello spazio e del tempo, che attraverso il telelavoro godranno di maggiori vantaggi.
Nella disamina degli ostacoli e vincoli le aziende vedono negli aspetti culturali, economici e normativi i principali fattori di azione frenante.
Le imprese sono state da sempre abituate a lavorare in luoghi concentrati e in tempi rigidamente stabiliti; l'inaspettata autonomia che improvvisamente si prospetta suscita delle perplessità, costituendo un fronte del rifiuto che è l'ostacolo più arduo da superare. Il cambiamento culturale procede, in definitiva, a passi più lenti di quello tecnologico. L'ostacolo maggiore sembra proprio risiedere negli uomini, non ancora pronti a mettere in discussione il loro modo di lavorare e a superare i timori nei confronti di queste nuove forme organizzative, che appaiono come atti marginalizzanti e disgreganti l'ambiente di lavoro.
In particolare, il management guarda con preoccupazione alla crisi della tradizionale gerarchia e dei tradizionali parametri con cui viene misurata l'autorità e soprattutto teme di vedersi precluso l'accesso a determinate pratiche professionali considerate da sempre indicatori, non solo dello status professionale, ma anche di quello sociale.
Ecco, qui si sottolinea l'importanza di eliminare o, almeno, di ridurre il ritardo culturale che continua a ingessare le organizzazioni aziendali e che riguarda anche e soprattutto gli alti livelli manageriali, sempre disposti a parlare di mutamento e rinnovamento, ma quasi mai disposti ad attuarli.
L'attuazione concreta di questa modalità lavorativa richiede, ovviamente, la partecipazione consapevole e la disponibilità dei lavoratori che devono essere messi in grado di coglierne i vantaggi rispetto ai svantaggi. Si manifesta, cioè, l'esigenza di un processo graduale di informazione e di formazione tale da non creare tensioni e contraddizioni all'interno della sfera lavorativa e sociale. Non tenerne conto potrebbe facilmente modificare la propensione dei soggetti a lavorare a distanza.
L'avvio del telelavoro, richiederà, oltre agli aspetti organizzativi dinanzi accennati, la predisposizione di complesse infrastrutture con un impegno tecnico e finanziario non indifferente. E' stato stimato che l'investimento per dotazioni di un posto di lavoro - laddove esistano condizioni favorevoli di installazione - sia non inferiore ai dieci milioni.
Spesa accettata sempre che l'imprenditore intraveda un ritorno in termini di produttività e competitività. L'imprenditore, in definitiva, mira a realizzare, dai suoi atti, il suo obiettivo principale: il massimo profitto.
E' chiara, quindi, che la condizione favorevole alla diffusione in profondità ed in ampiezza del telelavoro, è che si creino le aspettative di mercato tali da indurre le imprese alla forza trainante del loro operare, cioè, il rischio.
I lavoratori, dal canto loro, potrebbero trovarsi in una posizione di particolare soggezione nei confronti dell'azienda, riducendosi drasticamente le occasioni di socializzazione, restando "travolti" dall'accavallarsi del lavoro domestico con quello "d'ufficio".
Si manifesta da parte dei manager interpellati il timore che il personale coinvolto nelle sperimentazioni di telelavoro si trovino isolati e progressivamente estraniati dalla vita aziendale, dove la distanza possa, in qualche modo, allentare il legame lavoratore-azienda.
Perplessità e sensazioni più che legittime, che inducano, perentoriamente, il management a riflettere e ad agire efficacemente nei confronti dei lavoratori coinvolti nelle sperimentazioni, laddove possibile rinforzando quei processi di informatizzazione e formazione in modo tale da non indurre i telelavoratori a sospetto e ad estraniazione dalla collettività aziendale.
Ma da parte loro, le istituzioni e le organizzazioni sindacali, si dimostreranno sensibili alle innovazioni organizzative, fornendo, ciascuna nella propria sfera di competenza e di intervento una collaborazione sostanziale a superare timori e perplessità sia dei lavoratori sia delle imprese?
L'auspicio è che le istituzioni stimolino il processo di rinnovamento fornendo normative idonee a supporto sia dal punto di vista legislativo che fiscale tali da agevolare i propositi innovativi. Determinante il ruolo e l'azione delle organizzazioni sindacali imprenditoriali e dei lavoratori.
Difatti il sindacato è stato considerato, in tempi ormai lontani, il soggetto che ha manifestato una posizione difensiva, una titubanza nei confronti di soluzioni che comportino la delocalizzazione dei dipendenti sul territorio, con la conseguenza di una minore forza contrattuale e quindi di una perdita di potere delle associazioni dei lavoratori. Al contrario, oggi si propone di lanciare una sfida sul terreno delle sperimentazioni realmente innovative, ferme restando le premesse di trasparenza e di corrette relazioni industriali in una prospettiva di espansione degli aspetti quantitativi e qualitativi dell'occupazione.
In proposito, il Dott. Renato Rizzo quale membro dell'organizzazione europea IESS (Istituto Europeo di Studi Sociali), nonché coordinatore del Progetto Mirti (Models of Industrial Relations in Telework Innovation), al quale si è prestato a rispondere, anche se a titolo personale, ad alcuni quesiti relativi alla posizione del sindacato in tema di telelavoro, è fondamentalmente convinto sulla necessità di stabilire un profonda regolazione del fenomeno in modo tale da definire alcune certezze per le aziende che intendano introdurre il telelavoro. Ciò è possibile intervenendo dall'alto, «dal decisore pubblico che sia garante e promotore di un quadro di riferimento, di percorsi chiari e precisi affinché le aziende possano introdurre il telelavoro». Questa tesi si rafforza maggiormente qualora si creano le condizioni di una sinergia fra coloro che hanno responsabilità nella gestione del territorio, nelle telecomunicazioni, sul sistema scolastico.
La preoccupazione evidente è che in assenza di interventi di questa portata, «si rischia» - conclude Rizzo - «a una sorta di Far West con un ampliamento delle fasce di lavoro casuale, incerto, marginale».
Se questi sono i propositi dal quale intraprendere la via al telelavoro difficile è la sua attuabilità a breve termine. «Il ritardo è grave non perché manchi una normativa». Opinione questa del prof. Domenico De Masi, Ordinario di Sociologia del Lavoro dell'Università degli Studi «La Sapienza» di Roma nonché fondatore e presidente della SIT (Società Italiana Telelavoro) al quale sono stati posti alcuni quesiti per cercare, anche attraverso un convinto sostenitore, quali sono a suo avviso i motivi che ritardano il decollo. (...) «Io spero che una legge non l'avremo mai. In Italia esistono migliaia di leggi e ci lamentiamo sempre che sono troppe, però poi le invochiamo altre ancora. Più che un intervento legislativo credo che il telelavoro deve essere lasciato più libero alle iniziative delle parti. (...) Comunque è ancora prematuro, bisogna prima sperimentarlo e poi se è necessario fare una legge».
Più significativi appaiono, invece, gli aspetti culturali che si annidano nelle grandi organizzazioni, ad ostacolare pesantemente un avvio del telelavoro.
Su questo De Masi punta il dito sulla leadership, preposta alla gestione delle risorse umane ed alla organizzazione aziendale, che mostra sfiducia al cambiamento, alla introduzione delle nuove tecnologie, quasi a dimostrare che questo passaggio al "nuovo stile" non aderisce bene a ciò che si è acquisito e "magnificamente" costruito nel tempo: «introdurre il telelavoro significherebbe ripensare ex-novo l'azienda, sfoltirne le procedure, introdurre l'organizzazione per obiettivi: troppa fatica e troppo rischio per manager abituati a viaggiare sul sicuro della quotidianità burocratizzata». E poi il rischio di perdere quel "fascino" di avere continuamente presenti i propri "dipendenti", di convocarli in qualsiasi momento e con qualsiasi pretesto, il rischio di perdere l'autorità anche aldilà del puro rapporto strettamente lavorativo, questo deve essere apparso a molti manager come una «decurtazione inaccettabile della loro forza, una rinunzia insopportabile dei simboli dell'autorità tanto più primitiva quanto più basata sulla diretta compresenza».
Sicuramente l'adattamento culturale alle novità tecnologiche ed organizzative è più lento rispetto alle innovazioni tecnologiche stesse. E di questo ne è convinto lo stesso management che nelle parole di Ruggero Parrotto ridimensiona questa "inerzia partecipativa" confermando che «se il vertice manageriale, ed i centri decisionali, vedono il rischio di perdita delle rendite di posizione, di quei meccanismi gestionali ormai consolidatisi da tempo, successivamente notando e sottolineando le positività che possono venire da queste soluzioni è sicuramente il personale che nel medio periodo può trovarlo uno strumento di vantaggio competitivo per l'organizzazione e per l'impresa».
E proprio su queste note che si è cercato di impostare la riflessione su un tema legato strettamente al progresso e all'innovazione tecnologica e come questi hanno da sempre caratterizzato le trasformazioni non solo economiche ma anche quelle culturali e sociali del nostro pianeta.
Il dibattito, tuttora in corso, vivacizzato attraverso convegni, seminari, workshop, conferenze, pone viva attenzione a fatti, problemi o personaggi comunque legati all'evoluzione delle telecomunicazioni e dell'universo multimediale, al lancio dei nuovi prodotti informatici, software ed hardware, e alla guerra finanziaria, subito durissima, per la conquista di quello che è destinato a diventare, anzi lo è già, il mercato più ricco del mondo.
La straordinaria concentrazione di interesse e suggestioni avvenuta in questi ultimi mesi ha fatto capire, o per lo meno intuire, a un pubblico più vasto, qualcosa che fino a ieri era evidente soltanto a pochi: il progresso tecnologico nel campo delle telecomunicazioni e dell'elettronica sta determinando un svolta epocale della nostra civiltà.
Il ruolo fondamentale che la telematica può svolgere nel futuro dell'umanità ancora non corrisponde alla piena consapevolezza dei cambiamenti profondi, globali che essa può provocare. Questa consapevolezza è però indispensabile e va promossa. Un processo di trasformazione della società, dei rapporti umani, della stessa qualità della vita così complesso e invadente deve essere compreso e accettato. Soltanto se tutti avranno la piena coscienza delle sue dimensioni reali, dei problemi che apre o risolve, e perciò delle attese, delle speranze e dei timori che suscita, sarà possibile capirne il senso, prevederne l'orientamento, se possibile adattarlo alle nostre ragioni. Una delle questioni più insistenti poste dal dibattito di questi ultimi mesi riguarda proprio l'approdo finale della rivoluzione telematica e delle sue implicazioni sociali ed economiche.
E' una questione tanto affascinante quanto irrisolvibile perché pone interrogativi destinati a rimanere, per il momento, senza risposte adeguate. Nessuno può immaginare quale sarà il traguardo tecnologico conclusivo, e se ci sarà.
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Versione HTML © 1996 Patrizio Di Nicola, Roma, Italia
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